Biografia
Mi è stato chiesto perché nella biografia precedente dicessi di sentirmi un navigatore e una musicista mancata. Ho usato una metafora, è chiaro; e l'ho fatto per parlare di fotografia, o meglio ancora, di quello che la fotografia non è. Per spiegarmi meglio comincio col dire che mi rappresento la navigazione come un andare, non alla conquista di, ma incontro a.
Ma io non ho una barca, e il mio navigare è immaginato, è metafora di un percorso sospeso sullo spazio che esiste chiaro solo nella mia immaginazione.
La sua direzione, quasi mai lineare, ha effetto doppio e sovrapposto: andare per scoprire ed essere scoperti, ma andare anche al di là delle apparenze.
In questo paesaggio mi piace pensare di entrare, col corpo e coi sensi, coi ricordi, coi pois del mio vestito, e diventarne parte. Sovrappormi ai suoi colori, suoni, alla sua forma ed estensione, al suo sfumare verso l'orizzonte, scorrere nello sgranare dei minuti del suo tempo. Come dire finire col sentirsi finalmente parte di una Terra, ed essere una volta deserto e poi pianura, poi montagna e poi metropoli, miniera e barriera corallina, vulcano….
Nella musica - la gran nave all'attracco, capace di spostare e far danzare il mondo dentro e fuori di noi - trovo il canale comunicativo più immediato, più coinvolgente, avvolgente, ed emozionale in assoluto.
Forma d'arte che per arrivare a destinazione non impone erudizione, né traduzione, né che siano tenute in gran conto le sue regole di composizione, quelle dei terzi, quelle auree e tutte le altre. Non ne ha bisogno per rivoltarci come guanti. Ci tira fuori le emozioni che pure avevamo nascosto così bene, perché parla la nostra stessa lingua, tutte le lingue e dice tutte le parole.
Ma perché la fotografia... allora? Perché non ho una barca, l'ho detto già
e poi non ho mai imparato a far musica, anche se a questo, in sostituzione, ho nutrito e cresciuto un preoccupante vizio e ossessione per la Parola, come si vedrà più avanti, in questo stesso sito.
Perché la Fotografia è uno strumento meraviglioso, efficace ed immediato, per narrare la geografia dei nostri paesaggi interiori, dagli abissi alle vette. Amo la sua mistificazione, il suo saper rendere verosimile la realtà, un po' mostrandola per com'è e per il resto mentendo, con canagliesca sfacciataggine. Le sillabe del suo silenzioso alfabeto, d'altronde, chiuse ed obbligate in uno spazio bidimensionale, impongono la descrizione di paesaggi, interiori e non, stretti in un'altezza e una larghezza, assente com'è in essa la tridimensionalità elicoidale e folle della Musica, ma anche la rotondità pericolosamente confortante della Parola, il suo coraggio, o la sua verità assoluta.
Figli del periodo del narrare per immagini - spesso da un covo-postazione persa-nascosta nel web - per il bisogno di dire senza incorrere nel pericolo di dire per davvero o dire con parole sbagliate, le fotografie dicono di noi, della realtà come vorremmo che fosse, o di come la vediamo. In fondo è sempre e solo la nostra Interpretazione dell'interpretazione della realtà a ritagliarle dalla Realtà stessa. A de-scriverla, usando i caratteri di una lingua straniera a tutti, fuorché a noi stessi.